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CULTURA
15 luglio 2011
BIENNALE DI VENEZIA. LE NUOVE NAZIONI PARTECIPANTI

54. ESPOSIZIONE D’ARTE INTERNAZIONALE DELLA BIENNALE DI VENEZIA.
LE NUOVE NAZIONI PARTECIPANTI:
L’ARTE DEL RACCONTO.

Se la 54. Esposizione d’Arte Internazionale della Biennale di Venezia deve contraddistinguersi da tutte le altre manifestazione per il suo spirito internazionalista, avanguardista e, perché no, promozionale di paesi più o meno artisticamente noti, le
4 nazioni che partecipano quest’anno per la prima volta sembrano rappresentare a pieno questi intenti. Andorra, Arabia Saudita, Bangladesh, Haiti: sono questi i 4 paesi che quest’anno presentano per la prima volta un padiglione ufficiale nella prestigiosa vetrina veneziana.

Foto archivio sognoelektra
Il Principato di Andorra partecipa alla Biennale con un padiglione fortemente voluto dal Ministero della Cultura e situato presso la chiesa di San Samuele, al Campo San Samuele. Titolo della mostra: Oltre la visione, protagonisti sono i due artisti andorrani Helena Guàrdia Ribò e Francisco Sánchez.
Le opere di entrambi ruotano attorno al concetto allargato di “percezione”: mentre la prima lavora sulla manipolazione “artigianale” dell’immagine fotografica, il secondo si concentra sul rapporto tra uomo e tecnologia. In ambedue i casi, protagonista della riflessione dei due artisti è lo spettatore e la sua “capacità artistica”. Il pubblico viene infatti invitato a non ricevere l’opera passivamente ma ad osservarla e a riappropriarsi del tempo e della distanza che occorre all’arte. “Per guardare un quadro ci vuole una sedia” diceva Paul Klee.

Il senso della riflessione dei due andorrani nasce dall’incontro tra la creazione artistica e la meditazione dello spettatore intorno all’opera con il fine di recepirne il contenuto e ricercarvi nuovi significati. Helena Guàrdia utilizza per le sue opere uno specchio rotondo e concavo di 50 cm di diametro in cui raccoglie, deformata, l’immagine della sua Andorra per offrirne una visione nuova e idealizzata, come nelle Ciudad flotante (2011). Francisco Sánchez svolge una riflessione sul rapporto tra arte e scienza in opere dai nomi filosofici come il trittico L’efímer i l’etern (2011). Paolo De Grandis, curatore del Padiglione, insieme a Josep M. Ubach Bernada, ha ribadito in più di un’occasione l’importanza della partecipazione di Andorra, paese piccolo ma culturalmente interessantissimo, noto soprattutto per i paesaggi di particolare bellezza che fanno da protagonisti nelle opere di Francisco Sánchez. De Grandis è un personaggio più che noto alla Biennale veneziana: presidente di Arte Communications, a lui si deve l’idea dell’istituzione dei nuovi padiglioni fuori dalle aree canoniche dei Giardini e dell’Arsenale, con l’intento – che oggi più che mai diremmo essere riuscito – di renderli parte integrante della città. Paolo De Grandis non è peraltro nuovo alla curatela di un padiglione di una nazione alla sua prima presenza ufficiale: nel 1995 infatti ha organizzato e allestito il Padiglione Taiwan in occasione della prima partecipazione alla Biennale.
Foto archivio sognoelektra
Il padiglione dell’Arabia Saudita all’esposizione veneziana ha per protagonista le due sorelle Shadia e Raja Alem. Ad annunciare la loro presenza al nuovissimo spazio allestito all’Arsenale è stata la stessa Sovrintendendenza e il Ministero della Cultura del Regno dell’Arabia Saudita. Le due artiste presenteranno a Venezia l’installazione The Black Arch, a cura di Mona Khazindar, curatrice del Dipartimento di arte contemporanea e fotografia dell’Institut du Monde Arabe di Parigi, e Robin Start, curatore ed esperto di arte moderna e contemporanea.

 
Dal sodalizio tra la scrittrice Raja e l’artista Shadia è nata un’opera che trae origine dai ricordi di infanzia e dall’esperienza familiare (per generazioni la loro famiglia ha accolto in casa propria i pellegrini durante lo Hadj) e che le ha condotte, a partire dalla metà degli anni Ottanta, a svolgere studi capillari sulle origini delle cultura e delle civiltà islamica.

The Black Arch, racconta in primis dell’incontro tra l’arte di Shadia e quella di Raja, e in secondo luogo unisce in un’unica opera, un arco nero, le due città protagoniste del Padiglione, la Mecca e Venezia. L’installazione è concepita come un palcoscenico sul quale le due artiste proiettano la loro memoria in una narrazione nella quale a dominare è il colore nero. «Sono cresciuta nella consapevolezza della presenza fisica del Nero tutt’attorno a me» spiega Raja Alem «Le sagome nere delle donne saudite, il telo nero della Ka’ba, la casa di Dio, e la pietra nera che, secondo la credenza, ha accresciuto la nostra conoscenza.» A legare le immagini di ieri, il ricordo e il Nero, con il presente c’è uno la struttura a specchio che riflette e proietta lo spettatore sul “palcoscenico della memoria” delle due artiste. Shadia Alem afferma che il fine dell’installazione era «Portare La Mecca a Venezia, tramite oggetti provenienti dalla mia città: un Arco Nero, una città cubica e una manciata di ciottoli di Muzdalifah».
 Foto archivio sognoelektra
 
Di tutt’altro tono è il Padiglione del Bangladesh: all’Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia la “giovane” nazione, nell’anno delle celebrazioni dei quarant’anni dall’indipendenza dal Pakistan (26 marzo 1971), coglie l’occasione per realizzare una piccola retrospettiva su alcuni degli artisti ad oggi più influenti o promettenti del paese. L’esposizione Parables / Parabole presenta 5 artisti bengalesi che vivono e lavorano nella capitale Dhaka.: Promotesh Das Pulak, Kabir Ahmed Masum Chisty, Imran Hossain Piplu, Mahbubur Rahman e Tayeba Begum Lipi. Ognuno di questi ha realizzato un’installazione negli spazi della Gervasuti Foundation, tra Giardini e Arsenale.
 
Riflessione politica, ambientalismo, indagine sociale sono solo alcuni dei macro-argomenti che accompagnano i 5 artisti attraverso una riscoperta delle radici culturali del paese. Parabole, ovvero associazioni di pensiero che aiutano a comprendere ciò che prima era incomprensibile o oscuro, metafore, racconti spesso legati alla sfera spirituale che evocano significati ulteriori o nascosti. La forma narrativa della parabola, per i suoi legami con il religioso, il morale, il mistico, non potrebbe essere più adatta a raccontare un paese come il Bangladesh, in cui la spiritualità non può non essere considerata parte integrante di ogni forma artistica. La scelta degli artisti è stata svolta personalmente dai due curatori Paolo W. Tamburella e Mary Angela Schroth. Promotesh Das Pulak propone immagini fotografiche della guerra di liberazione del Bangladesh dal Pakistan, accuratamente manipolate e rivisitate; Ahmed Masum Chisty, oltre a un intervento sulla facciata della Fondazione Gervasuti, ha realizzato in situ un’installazione animata da centinaia di disegni di Medusa; Imran Hossain Piplu ha allestito una sorta di “museo” con fossili animali che presentano la forma di diversi tipi di armi. Mahbubur Rahman e Tayeba Begum Lipi sono due tra gli artisti più conosciuti ed interessanti del Bangladesh, a Venezia i loro lavori recuperano alcuni degli aspetti più tradizionali del paese: il primo presenta un’installazione che ha per tema la figura del maiale nella cultura islamica, Lipi invece proietta due video in cui interpreta sia lo sposo che la sposa di un matrimonio bengalese.
 Foto archivio sognoelektra 
L’ultima delle nazioni “nuove arrivate” alla 54. Esposizione d’Arte Internazionale di Venezia è Haiti. Questa partecipazione, oltre a presentare uno dei più interessanti esperimenti artistici presenti in questa Biennale 2011, suscita grande emozione laddove pare restituire alla cultura un valore di “medicina dell’anima”, strumento per uscire dalla povertà e dalla crisi. Il padiglione di Haiti si compone di due interventi paralleli: Haïti Royaume de ce Monde (Haiti reame di questo mondo), mostra itinerante a cura dell'haitiano Giscard Bouchotte, che presenta opere di 15 artisti residenti haitiani, ed un intervento in esterno dal titolo Death and Fertility, ideato dall'italiano Daniele Geminiani insieme alla fotografa e curatrice inglese Leah Gordon. La mostra Death and Fertility ospita le opere di tre artisti del gruppo Atis Rezistans (in creolo, “resistenza artistica”), un collettivo di scultori della Grand Rue, la via principale che attraversa la città di Port-au-Prince.

La mostra è allestita all'interno di due container da 40 piedi (12,19 m), adibiti al trasporto marittimo, qui disposti a formare una T. I container sono uno rosso e l’altro blu, colori usuali per strutture industriali del genere, e tuttavia più che funzionali all’esposizione, in quanto colori della bandiera haitiana. L’uso dei container marittimi è un richiamo alla situazione economica del paese, dove il commercio marittimo internazionale è stato causa di sfruttamento del territorio e conseguentemente di povertà e allo stesso tempo si lega al contesto del misero quartiere di Port-au-Prince, situato nei pressi del porto. Il curatore Daniele Geminiani precisa che la decisione di portare a Venezia gli scultori della Grand Rue precede il terremoto del 2010 e si deve piuttosto alla manifestazione Ghetto Biennale di Haiti di cui Leah Gordon, co-curatrice del Padiglione, è stata la promotrice. Eppure in questa prima presenza ufficiale alla Biennale di Venezia, Haiti non poteva non fare i conti con il terribile sisma che ha colpito il paese il 12 gennaio 2010 e che si è portato appresso 300.000 morti, un’ingente quantità di danni ed una conseguente crisi economica. Risultato di questo sfacelo è stata una politica di tagli alla cultura con la chiusura, si spera momentanea, di musei, gallerie ed enti didattici. In questo scenario tutt’altro che facile, la mostra itinerante Haïti Royaume de ce Monde si pone il compito di essere non solo una vetrina per l’arte locale ma anche una nuova presa di coscienza da parte degli artisti del loro ruolo e della risonanza che l’arte haitiana necessita di avere oggi a livello internazionale. Sergine André, Elodie Barthelemy, Mario Benjamin, Maxence Denis, Edouard Duval-Carrié, Frankétienne, Guyodo, Sébastien Jean, Killy, Tessa Mars, Pascale Monnin, Paskö, Barbara Prézeau Roberto Stephenson, Hervé Télémaque, Patrick Vilaire sono solo alcuni dei protagonisti del panorama artistico haitiano che sono stati invitati a Venezia a testimoniare quella ricchezza culturale che una nazione non dovrebbe mai dimenticare di valorizzare, specie in tempo di crisi. E, proprio perché le nazioni si ricordano dei loro artisti migliori soprattutto nei tempi bui, il padiglione Haiti rende omaggio, attraverso le opere esposte, con citazioni e dediche, ad Edouard Glissant, scrittore caraibico scomparso lo scorso 3 febbraio.

Oltre a queste 4 importanti partecipazioni, new entries assolute dell’Esposizione veneziana, ugualmente interessanti sono alcuni “ritorni” di nazioni assenti dalla Biennale ormai da molti anni ed in particolare: l’India, assente dal 1982, il Congo dal 1968, l’Iraq e lo Zimbabwe che espongono nuovamente dopo il 1990, il Sudafrica e Cuba assenti dal 1995, il Costa Rica dal 1993. Si segnala infine il Padiglione dell’Egitto, la cui presenza è stata incerta fino allo scorso aprile, e che invece porta probabilmente una delle esperienze artistiche e sociali più toccanti di tutta la Biennale, attraverso il racconto della rivoluzione e dei grandi cambiamenti avvenuti negli ultimi mesi nel paese.

La 54. Biennale di Venezia 2011 si apre a giugno con vernice l’1, 2 e 3 e sarà aperta al pubblico a partire dal 4 giugno sino al 27 novembre 2011.
Per informazioni e prenotazioni www.labiennale.org

54. Esposizione Internazionale d'Arte di Venezia
ILLUMInazioni – ILLUMInations
Venezia (Giardini e Arsenale), 4 giugno – 27 novembre 2011
Vernice 1, 2 e 3 giugno 2011


Aurora Tamigio
Giugno 2011

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